Sorta nel 1933 nell’area del Mandracchio antistante il quartiere degli Archi, in stretta relazione con il mare e le sue attività, la Fiera di Ancona è da sempre strettamente legata al settore della pesca.
Progettata dallo scultore anconetano Vittorio Morelli, venne edificata dal Comune di Ancona nell’area adiacente al porto peschereccio che dall’ampio campo sportivo del Dopolavoro Ferroviario si estendeva sino a comprendere lo stabile del Mercato Ittico.
Oltre a stand e spazi per mostre temporanee ed esposizioni, il complesso fieristico comprendeva un acquario composto da 21 vasche per l’esposizione dei pesci ed altre specie ittiche, un grande teatro e cinema all’aperto per l’esecuzione di opere liriche e spettacoli vari (l’Area Stamira in cui cantarono tenori come Beniamino Gigli), fontane, piscine per gare sportive, ristoranti, dancing, ecc.
Grandi statue completavano la monumentalità e davano magnificenza a tutto il complesso.
I padiglioni erano di gusto razionalista ammorbiditi da raffinati elementi decò.
Nei primi tempi le scenografie fieristiche venivano rinnovate ogni anno.
Le sette edizioni della fiera organizzate prima della seconda guerra mondiale, tra il 1933 e il 1940, sono state di grande rilevanza per Ancona e per le sue attività produttive in quanto le esposizioni, e le diverse iniziative ad esse collegate, hanno saputo coinvolgere, oltre a quelli legati alla pesca, anche altri comparti economici della zona.
All’epoca le manifestazioni fieristiche venivano imponendosi quale nuovo mezzo per la promozione commerciale di prodotti di consumo, motori, macchinari, apparecchi, impianti. Un mezzo sino ad allora sconosciuto nel mondo della pesca (e molto poco anche negli altri settori), che ha saputo sostenere e spingere verso nuovi traguardi l’attività dei pescatori e degli operatori industriali e commerciali, soprattutto quelli delle attività di servizio collegati alla pesca e alle attività marinare.
La Fiera favoriva, inoltre, l’incontro e il confronto tra i protagonisti dei fatti economici, diffondendo la conoscenza dei programmi per il futuro nei diversi settori attraverso momenti di dibattito che coinvolgevano anche gli operatori della Ricerca e della Scuola.
Per moltissimi anni la Fiera della Pesca è stato l’evento di punta della città, un’occasione di festa per tutti gli anconetani che richiamava gente anche da tutti i comuni limitrofi.
Durava un mese (dal 15 luglio al 15 agosto) e si apriva e chiudeva con grandi spettacoli di fuochi d’artificio. Già nella sua prima edizione richiamò ben 120.000 visitatori. I risultati ottenuti dalla Fiera Adriatica della Pesca portarono nel 1936 all’organizzazione molto più ambiziosa della Fiera d’Ancona, Mostra Mercato Nazionale della Pesca.
Nel 1940, a causa della guerra, le manifestazioni vennero interrotte e nel 1943 i bombardamenti distrussero il complesso fieristico.
Riedificato già durante i primi anni del Dopoguerra, riconoscendo l’importanza di questo organismo il quartiere fieristico, venne inaugurato nel 1948. Strutturato con capannoni in muratura, il quartiere fieristico risultò più grande e razionale rispetto al passato.
Anche la sua organizzazione gestionale venne ampliata, nella volontà di poter contribuire alla ripresa della pesca italiana ed al suo ulteriore sviluppo nel quadro della rinascita del Paese. Lo scopo fondamentale era quello di garantire uno sviluppo della pesca razionalmente regolamentata e disciplinata, in cui operassero pescatori preparati utilizzando mezzi e tecniche compatibili con lo stato delle risorse ittiche, sia in funzione di una pesca controllata che della salvaguardia dell’ambiente marino.
Nel 1954 la fiera di Ancona si aggiudicò l’internazionalizzazione. Nell’importante Fiera della Pesca d’Europa, ogni edizione era visitata da decine di delegazioni provenienti da diverse parti del mondo: Europa, Stati Uniti, Canada, America Latina, ex-URSS, Australia, Giappone, Asia, Medio ed Estremo Oriente, Africa, ecc.
Con le modifiche intervenute nel mondo dell’economia e nella comunicazione si trasformò anche la funzione del sistema fieristico in generale. La Fiera di Ancona scelse quindi di puntare sulla specializzazione delle manifestazioni secondo un calendario organizzato lungo tutti i 12 mesi, con un crescendo di iniziative in termini di numero, qualità e attrattività.
Negli anni Ottanta la Fiera di Ancona rinnova la sua struttura edilizia per adattarsi alle mutate esigenze espositive, con la creazione di un padiglione unico caratterizzato da strutture mobili e modulari. Il nuovo progetto (redatto dall’architetto Antonio Vichi) include un centro direzionale con una sala congressi per 300 persone, uffici, bar e ristoranti, passando da 5.000 a 12.000 mq..
Nel 1997 nasce l’ERF, Ente Regionale Fiere, che oltre alla Regione Marche includeva come soci i Comuni di Ancona e Civitanova, le Provincie di Ancona e Macerata, la Camera di Commercio di Ancona, Assoindustria e BPA. Dopo un periodo di calo della sua attività (dovuto anche al mancato rinnovamento dell’offerta fieristica in funzione di una rivoluzione tecnologica che ha di fatto spostato nella rete le piazze di incontro e di scambio tra gli operatori) l’ERF ha chiuso i battenti nel 2010 in vista di una unificazione dei diversi enti fieristici regionali in un unico ente. L’unificazione è avvenuta nel 2011 con la Fiera delle Marche S.p.A., a cui oggi spetterebbe il compito di rilanciare lo storico polo fieristico di Ancona.
Attualmente, nei vari passaggi tra gli enti gestori e all’interno di un sistema di competizione territoriale tra i diversi poli fieristici regionali, si è perso il legame forte tra chi gestiva la Fiera della Pesca e il suo territorio di riferimento, facendo scemare l’interesse per la promozione dello sviluppo locale, per quelle ricadute economiche che la Fiera, se opportunamente riqualificata e adeguata alle esigenze dei mercati contemporanei, avrebbe potuto avere per il territorio di Ancona.
Ma la Fiera non era solo un’opportunità di scambio, di sviluppo economico e di lavoro, ma anche una grande luogo di socializzazione. Ancora negli anni ’70 e ’80 la fiera richiamava anche i bambini, con un grande parco divertimenti. Alla fine degli anni’90 veniva utilizzata per grandi eventi cittadini, come meeting, feste e incontri.
È del 1999 la memoria di una grande festa etnica dedicata agli immigrati, organizzata con i sindacati, le associazioni degli immigrati, la Caritas, le comunità straniere, ecc.
Ciò che resta oggi è quindi una profonda nostalgia per una fiera che un tempo era un luogo di bellezza, uno spazio percepito come “eccezionale” e con eventi eccezionali, attraente nel senso etimologico del termine, ovvero capace davvero di richiamare l’attenzione di tutti, non solo le persone legate al mestiere della pesca. Nostalgia per la grande fiera campionaria,
Oggi tutto quello che vi si svolge all’interno (e che è molto poco) ha una apparenza di normalità.
Il grande complesso fieristico appare privo di funzioni, e quindi di vita. Oltre al grande padiglione vuoto restano i ristoranti, la sala conferenze, la sede della Polizia di Stato, e poco altro.
Difficile capire se sia possibile un rilancio del polo fieristico anconetano, ancor più alla luce dell’attuale crisi economica e della conseguente evoluzione del sistema dei mercati.
Forse bisognerebbe pensare ad una nuova specializzazione dell’offerta fieristica che si leghi al bisogno di condividere una coscienza responsabile del territorio, nel rispetto del bene comune e dell’ambiente in termini di salvaguardia e tutela della salubrità del mare e della sua produttività (collegata anche al Parco Marino del Conero).
La riqualificazione di questo spazio e il suo rilancio non può che legarsi alla politica di sviluppo più generale del porto, sia in termini di attività (soprattutto la pesca, l’itticultura, la pesca turismo, il diportismo, ecc.) che di spazi e di sistemi per la logistica.
Ma anche le opportunità che offre la vicinanza della Mole Vanvitelliana dovrebbero essere colte.
La fiera e lo spazio del Mandracchio potrebbero essere utilizzati per realizzare un grande racconto sul mare e sulla pesca, magari concepito come un grande parco a tema che parta dalla storia per immaginare il futuro, con la riproposizione di un grande ed attrattivo acquario, la vicinanza sulla banchina di imbarcazioni visitabili, con l’offerta di servizi turistico-culturali fortemente innovativi in grado di proporre Ancona come una destinazione “unica”.
Il desiderio è infatti quello di poter far rivivere questa area come un nuovo spazio d’incontro e di socializzazione, oltre che generatore di nuove economie.
Certo è che l’abbandono delle strutture e il degrado dello spazio circostante costituisce un’ulteriore ferita per Ancona e ancor più per il quartiere Archi, che sul Mandracchio ha il suo diretto affaccio.
powered by contentmap