Il Lazzaretto (oggi detto anche Mole Vanvitelliana) è uno dei simboli di Ancona, con la sua forma pentagona protesa verso il mare. Progettato dall’architetto Luigi Vanvitelli e voluto da papa Clemente XII in un periodo di ripresa economica della città e di particolare fervore commerciale a seguito dell’introduzione del porto franco (1732), il nuovo “Laemocomium” serviva per l’accertamento sanitario (la quarantena) di persone e merci, arrivate soprattutto dal mare, sbarcate dai vascelli.
Era una straordinaria e complessa macchina architettonica, capace di accogliere sino a 2.000 persone, di contenere decine di migliaia di metri cubi di merci, e di disporre di una straordinaria riserva d’acqua grazie ad un complesso sistema di raccolta delle acque piovane.
Utilizzato anche come caserma e ospedale militare, molto presto (nel 1860) cessò la sua funzione ispettivo-sanitaria e venne poi utilizzato come magazzino doganale.
Nel 1884 il Lazzaretto venne occupato dalla Ditta Corradini di Livorno che vi impiantò una raffineria degli zuccheri (da cui il nome “la Zuccheriera”, ancora vivo negli anziani del quartiere).
Dal 1922 i suoi ampi spazi servirono come deposito tabacchi e poi anche come manifattura tabacchi, passando per buona parte in proprietà all’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato. Gli anziani ricordano ancora i treni che entravano, attraversavano i cancelli del ponte ferroviario i quali si richiudevano subito dopo sotto l’occhio vigile dei finanzieri di guardia.
È solo dal 1990 che il Lazzaretto rientra a far parte del patrimonio cittadino, con l’acquisto da parte del Comune di Ancona.
La Mole è quindi un luogo ritrovato, di cui la città è di fatto entrata in possesso solo recentemente. Ma è un possesso “giuridico”, un luogo verso cui ancora non si è sviluppato un forte “senso di appartenenza”. Anche se qui vengono persone da tutta la città, come anche da tutta la regione e da tutto il Paese per partecipare agli eventi e alle iniziative più importanti, questo spazio è poco conosciuto e ancora meno frequentato dagli “Arcaroli”.
Questo “separatezza” dal quartiere è un dato “fisico” legato alla sua genesi, alla necessaria posizione di isolamento (ed era un’isola di fatto) rispetto alla città per motivi sanitari, nonché per motivi di sicurezza legati alla successiva funzione di presidio militare ed anche carcerario. Ma questa divisione si è mantenuta inalterata nei quasi tre secoli di vita successivi. Per arrivarci bisognava attraversare diverse barriere: i binari del tram; i binari della ferrovia; le garitte della finanza sul passaggio a livello... Oggi c’è anche la barriera di via Marconi, una strada larga e molto trafficata.
Nella memoria il Lazzaretto è quindi un luogo chiuso, inaccessibile …. “un muro che stava lì”, quasi un corpo estraneo. A lui si associavano brutti ricordi: la peste, le prigioni, le esecuzioni capitali.
Ma anche oggi, che ospita il Museo Omero ed offre spazi per eventi espositivi, manifestazioni e spettacoli culturali, il Lazzaretto richiama una limitata attenzione da parte della Comunità degli Archi.
 
E questo anche per altri tipi di barriere:
  • barriere architettoniche: una cinta di mura chiuse, che non comunica con l’esterno. Ancora oggi l’accesso dal lato del quartiere, ossia il ponte lungo della ferrovia, è spesso chiuso e buio, non viene percepita un’“apertura” verso il quartiere. All’interno della Mole, inoltre, non ci sono spazi attrezzati per la sosta (panchine, fontane pubbliche, luoghi d’ombra, ecc.), ci si può sedere solo sui gradini del tempietto;
  • barriereurbanistiche: la strada di via Marconi crea una divisione netta, una distanza. A questo si aggiunge il problema non risolto della ferrovia a raso, con la Croce di Sant’Andrea davanti agli ingressi della Mole. Manca una passeggiata “sicura” che conduca dagli Archi alla Mole. Inoltre, mancano anche adeguate segnaletica urbane ed interne agli spazi.
  • barriere economiche: gli eventi più importanti e di maggior richiamo sono quasi sempre a pagamento e le iniziative gratuite dovrebbero essere meglio comunicate alla città;
  • barriere psicologiche: ciò potrebbe dipendere dall’appeal degli eventi, generalmente poco attrattivi per la comunità o comunque percepiti come tali, riferiti ad una cultura di tipo élitario, comprensibile solo a chi già possiede un bagaglio culturale che lo metta nelle condizioni di godere di quegli eventi. Inoltre la programmazione degli eventi è percepita come limitata e poco continuativa, concentrata quasi esclusivamente in estate.
In sintesi, questo straordinario spazio che è il Lazzaretto non riesce ad esprimere tutto il suo potenziale, in particolare rispetto al quartiere degli Archi che è quello di maggiore prossimità.
La Mole dovrebbe trasformarsi in uno spazio sempre aperto, con servizi attrattivi di cui poter usufruire tutto l’anno, come bar, ristoranti, librerie, ecc. Un luogo da vivere tutto il giorno, sia all’aperto, come straordinaria piazza, che negli ampissimi spazi chiusi.
C’è poi il dovere di farla conoscere, ai cittadini prima di tutto e ai turisti poi. E non solo per gli eventi che può ospitare al suo interno, ma anche come opera architettonica assolutamente unica, di straordinario valore storico-monumentale. Manca infatti al suo interno, e nemmeno risulta sia previsto, uno spazio in cui si racconti la storia del Lazzaretto di Vanvitelli!
I due accessi, inoltre, dovrebbero essere più valorizzati, meglio illuminati, con una segnaletica adeguata in termini d’identità, visibilità e qualità d’immagine. Necessaria è anche la risoluzione del problema dell’attraversamento ferroviario e della dotazione di adeguate aree per il parcheggio.
Si auspica la rimozione dei binari, prevista dal Piano Particolareggiato del Porto; tuttavia, in alternativa alla mancata attuazione, si potrebbe pensare ad un segno urbano nuovo che colleghi in maniera significativa anche dal punto di vista estetico Porta Pia alla Mole, magari attraverso la realizzazione di un ampio passaggio sopraelevato.
Rispetto alle nuove funzioni da individuare per gli spazi ancora da restaurare è auspicabile la realizzazione di un museo del mare, una proposta più volte richiamata nei programmi politici delle diverse amministrazione che si sono succedute negli ultimi dieci anni, ed a cui sino ad oggi non si è mai dato seguito.
Il Museo del Mare - che potrebbe essere concepito museo delle attività marinare e della pesca, da integrarsi con un moderno acquario per specie ittiche, spazi per la didattica e per convegni - è un progetto “dovuto” alla città, sia per la rilevanza storica del tema (visto anche nei suoi riflessi sui caratteri socio-antropologici e culturali della comunità locale), sia per la sua rilevanza economica, a sostegno di un nuovo impulso allo sviluppo delle tradizionali attività economico-produttive legate al mare. Un progetto, inoltre, che acquisisce maggiore forza se posto in collegamento anche con la Facoltà di Biologia Marina e dell’ISMAR-CNR che hanno sede ad Ancona.
In questo modo la Mole, auspicando per il futuro la valorizzazione del patrimonio storico-monumentale presente lungo tutto l’arco portuale (il Corridore, le Portelle, l’Arco di Traiano, la Porta Clementina, ecc.) diventerebbe la testata terminale di un prestigioso itinerario culturale che si sviluppa sul perimetro dell’ansa portuale e che intercetta nella sua traiettoria anche gli altri musei della città (Museo Omero, Pinacoteca, Museo della Città e Museo Archeologico).
In relazione alla politica degli eventi, infine, oltre che di una continuità delle iniziative lungo tutto l’arco dell’anno, si avverte l’esigenza di una maggiore comunicazione, in particolare rispetto ai numerosi cittadini immigrati che vivono nel quartiere, per i quali la comprensione dei contenuti degli eventi, se non adeguatamente trasmessa, risulta di difficile interesse.
 
Scarica l'approfondimento: Archi e Mole: due mondi distanti - Dal Corriere Adriatico del 31 gennaio 2011
 
 
 
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