Nelle città portuali il Mandracchio solitamente connota la zona che funge da rimessa e deposito delle barche dismesse.
Fino ai primi del ‘900 ad Ancona la pesca era un’attività secondaria, praticata dai lavoratori del porto nei periodi “di magra” al cantiere o al carico e scarico delle merci.
Le imbarcazioni dei pescatori autoctoni erano ormeggiate in parte nel porto storico e in parte alle Torrette.
Tuttavia, a partire dagli partire dagli anni ’20 del Novecento, il Mandracchio – che si trova proprio di fronte agli Archi, di cui è considerato parte integrante – si è sviluppato come porto pescherecci a seguito del progressivo insediamento nella zona dei pescatori “stranieri” arrivati da Porto Civitanova, impossibilitati a pescare dalle loro parti durante la stagione invernale perché, non avendo un porto dove tenere riparati i natanti, erano costretti a mettere in secca le barche in autunno.
Anche grazie allo sviluppo di questo polo produttivo legato alla pesca, gli Archi, che già godevano di una grande vivacità produttiva, commerciale ed artigianale, possono essere considerati storicamente “la prima zona industriale di Ancona”, molto tempo prima dell’attuale Baraccola. Nel 1891, presso il cantiere Cattro, è stato costruito il primo motopeschereccio a vapore per la pesca transoceanica, il “Fazio”, su commissione della famiglia Fazioli, cui poi seguirono nel dopoguerra il “Barracuda”, lo “Stanislava” e il “Roberta”.
Il successivo insediamento di pescatori “stranieri” che consolidò il Mandracchio quale base logistica delle attività della pesca, si verificò attorno agli anni ’50 e ’60: stavolta gli immigrati erano i pescatori abruzzesi, pugliesi e successivamente siciliani, soprattutto lampedusani.
Negli anni ’80 poi si è registrato un nuovo flusso d’immigrazione: quello dei cittadini nord africani, dapprima tunisini e successivamente marocchini.
Nei primi anni del nuovo secolo invece hanno trovato impiego nel mondo della pesca molti giovani nigeriani e senegalesi, che hanno subito conquistato la fama di validi pescatori, soprattutto nei pescherecci transoceanici. Non è un caso che diversi armatori della zona, per completare gli equipaggi, erano soliti chiedere ai loro marinai senegalesi di far arrivare dal loro paese i fratelli o gli amici, poi a loro volta insediatesi nel territorio.
Il porto pescherecci al Mandracchio è un polo produttivo molto vivace ed importante per il rione perché legato all’attività lavorativa “tipica” degli Arcaroli, la pesca.
Tuttavia la pesca è solo l’inizio di un’importante filiera il cui portato arriva ben oltre il quartiere e pone idealmente il Mandracchio addirittura al centro dell’Adriatico.
Oltre all’attività a bordo dei pescherecci e al mercato ittico, la filiera comprende l’industria della trasformazione – che effettua tutti i processi di stoccaggio, lavorazione e conservazione del pescato – e l’indotto per la ristorazione.
A questo va aggiunto l’importante ruolo svolto dal CNR, il Consiglio Nazionale delle Ricerche, che proprio al Mandracchio ha sede, impegnato nella ricerca per la salvaguardia dell’equilibrio biologico e la tutela della biodiversità, indebolita dallo sfruttamento e l’inquinamento marino.
Proprio la prossimità del CNR ha fatto si che si sviluppasse in zona dagli anni ’70 un esperimento di “maricultura naturale”: un allevamento di pesci direttamente in mare a circa 3 miglia dalla costa delimitato da una barriera di piramidi e cubi di cemento grezzo forato, con i buchi grandi e piccoli che fungono da tana per i pesci.
Consapevole delle benefiche ricadute che porterebbe una riqualificazione del “water-front” della città e degli spazi portuali, la Comunità confida nello sviluppo di questa filiera produttiva in tutto il suo potenziale.
Il sogno è che possa fungere, oltre che da traino economico, anche da traino turistico con la realizzazione di punti ristoro a filiera corta (davvero a km 0!) e l’avvio d’iniziative itti-turistiche, come il nolo dei pescherecci nei weekend agli appassionati che praticano la pesca come hobby. Una proposta che garantirebbe tra l’altro agli armatori entrate economiche anche nel periodo di fermo pesca, senza “sfinire il mare”.
A questo proposito, per ridurre lo sforzo di pesca e salvaguardare l’ambiente marino, si auspica la realizzazione di attività di allevamento in mare di alcune specie ittiche (maricultura biologica), sulla base dell’esperienza già messa in atto dall’ISMAR-CNR di Ancona di Maricultura Naturale e di altre positive esperienze di altri porti italiani.
Cosa che darebbe forza alla filiera locale della lavorazione e commercializzazione del pesce, con ripercussioni positive nel mercato del lavoro.
Dal punto di vista di una migliore logistica e organizzazione degli spazi portuali, è stata avanzata la proposta di invertire la localizzazione del porto turistico con il porto pescherecci, trasferendo quest’ultimo in zona ZIPA (dietro i Cantieri Morini, il CNR… ) in modo da destinare l’area attorno alla Mole al rimessaggio barche e yacht, con annessi servizi tutti i servizi del caso, compresi quelli di ristorazione, una eccellenza del quartiere.
 
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