• La Famiglia Biagini
Memoria raccolta da Luciano Fangi
 
rid Agli Archi viveva la famiglia Biagini.
Erano dediti alle attività marinare, essendo pescatori ed armatori, proprietari di pescherecci di grossa stazza e piro-pescherecci a carbone.
Negli anni ’30 i Biagini, a bordo di possenti imbarcazioni tra cui il piroscherccio “Ardente” e “Tifone”, furono protagonisti di “ardimentosi salvataggi in mare”, tanto da essere considerati una sorta di “118 marittimo”.
Pietro, Amerigo, Giovanni, Cesare e Maria… questi i loro nomi. Caddero in disgrazia a seguito di una truffa subita, così ricorda il nipote Pietro, abitante a Roma, dove si trasferirono dopo il fallimento della loro impresa.
 
  • Con testi di Giorgio Occhiodoro e Sanzio Blasi
(Gentilmente forniti dall’Associazione Centro H e ANGLAT)
 
SARDELINA
“El crucefisso” era l’unica chiesa del Rione Archi, sorta nel 1835 in sostituzione di un’altra che era nel vicino Montirozzo.
Questa chiesa, che è scomparsa durante l’ultima guerra, è legata al nome del suo ultimo parroco: Don Luigi Romanelli che non sfuggì alla simpatica usanza anconetana dei soprannomi.
Era talmente esile nella figura che i pescatori arcaroli glielo trovarono proprio adatto alla persona e all’ambiente: “Sardelina”!
Fu sempre ben voluto dai suoi parrocchiani e non, anche anticlericali, perché aiutò sempre tutti privandosi anche del necessario.
Durante la “settimana rossa”, Sardelina e don Gioia erano gli unici preti che potevano circolare indisturbati!
Di Sardelina si raccontano tanti aneddoti, eccone qualcuno: a mezzogiorno suonava le campane regolandosi con la sirena del calzaturificio Del Vecchio, lì vicino.
Successe che una volta per mancanza di corrente la sirena non suonò e Sardelina non fece suonare neppure le sue campane ma quando alle 13:30, tornata la corrente, la sirena del calzaturificio suonò la ripresa del lavoro, Sardelina, distratto come era, suonò le campane di mezzogiorno!
Il suo predecessore morendo gli aveva lasciato i soldi che aveva a disposizione per il restauro della Chiesa; Sardelina fece fare tutti i lavori necessari ma dato che i soldi avanzarono, chiamò gli eredi del suo predecessore e consegnò loro il resto!
Quando Sardelina preparava certificati o altri documenti, a chi gli chiedeva la spesa rispondeva: quello che potete!
Sardelina rimproverava spesso le donne che vedeva con abiti un po’ scollati: “atente done, anche noi semo omini!”…”Stava in piedi pè ‘na scumessa!”…”Quand’è mortu el Padreternu l’à mandato a pià da ‘n’angiuleto picenì…tanto nun pesava gnente!”
(Giorgio Occhiodoro)
 
IL TRANVIERE CATENA
Fra i dipendenti dell’Azienda tranviaria i conducenti si distinguevano per il berretto col filetto oro e la grossa catena al panciotto a cui era attaccato l’orologio indispensabile per la puntualità del servizio!
Un tranviere, un certo Catena, era un tipo piuttosto singolare: un giorno, c’era già il tram elettrico, gli capitò un amico che salito al Mandracchio gli disse: “o Catena, tira via, vede un po’, senò perdo el treno”.
Catena girò il berreto con la visiera di dietro, partì a tutta birra e non si fermò più sino alla Stazione ferroviaria, saltando tutte le fermate!…
Per Via Nazionale c’era la fabbrica di specchi di Revel, poi una grossa bottega di stagnino, l’Officina ortopedica Giordani e, sempre sul lato mare, all’imbocco della strada per lo scalo Marotti, c’era il chiosco di Aurora con tavolini dove la gente si fermava al fresco d’estate; dopo la guerra Aurora si trasferì a Piazza Cavour.
Sotto gli archi c’era lo spaccio di “Pignoco” col solito pappagallo che diceva “hai pagato?”.
“Pignoco” pare che fosse un po’ “straino” e quando qualcuno lo faceva arrabbiare si sfogava: “ma quandu viene un teremotu che ve maza tuti? I copi al posto d’i fundamenti, i fundamenti al posto d’i copi!”
Ma nonostante qualche intemperanza “Pignoco” era un gran buon uomo e purtroppo se ne andò che non era ancora vecchio.
 
(Giorgio Occhiodoro)
 
I BEVITORI
Un’altra “Socetà” degli archi era il “Club dei franchi bevitori” la cui sede era in Via Vasari, una cinquantina di metri più su della “Carotela”, un tizio che “afitava i carioli a do’ rote a dieci o dodici soldi a ora”. Il locale era stato dato alla Società dalla famiglia Pasqua che svolgeva una piccola attività artigianale riparando i copertoni dei carri ferroviari.
Alcuni “associ” sono Faliero Giampieri , “Sardela el calzolaio”, “Tibisina”, Barbotti, Brunelli, Mengoni e tanti altri.
Roberto Esposto, detto “saponeta” per via della pronuncia della S, racconta che suo padre era “l’asagiatore” del vino per conto del club cioè andava in campagna, assaggiava e sceglieva il miglior vino che veniva poi trasportato in sede in grosse botti caricato su carri a cavalli. Era un incarico assai delicato e di massima fiducia!!
Il padre di Roberto era capotreno in ferrovia e quando sapeva che col suo treno un povero ragazzo arcarolo sordomuto, doveva recarsi in un istituto di Bologna, lo faceva salire sul bagagliaio nascondendolo nel canile per fargli risparmiare i soldi del viaggio. In Via Vasari abitava, Gualtiero Mantini, un giovane dotato di una agnifica voce che divenne ben presto l’idolo delle ragazze e non solo del Rione Archi!!
 
(Giorgio Occhiodoro)
 
LA FRINFRINA e L’ALBINA
Sempre agli archi c’era la bottega della “Frinfrina” rivale commerciale di “Albina”, che vendeva anche lei, frutta, semi, noccioline ecc.; ma Albina per attirare i clienti faceva “el lotì o riffa” mettendo in palio per il vincitore dell’estrazione che faceva il sabato davanti alla bottega, un bel “scartozo” dei suoi prodotti!
Altri due acerrimi rivali commerciali erano “Gervà Carloni” e “Ghigna” Guidi che avevano le botteghe “de cocci e pigne, proprio tacate”.
Un certo Paladini aveva impiantato agli archi una fabbrica di piatti facendo venire addirittura dei tecnici dalla Germania. Diceva:
“Se tirè un piato mio ‘ntela testa a uno, la testa se rompe ma el piato no!!”
 
(Giorgio Occhiodoro)
 
PARRUCHIERE di Ugo Vicini
Sotto i primi archi verso Porta Pia c’era e c’è tuttora una delle più vecchie botteghe del rione: la barbieria Vicini. Questa elegante bottega “Parrucchiere” di Ugo Vicini nella vetrina degli articoli di profumeria in vendita esponeva la Violetta di Parma che era molto di moda, e l’Imperial Cologne in bottiglie a forma di pera.
C’era anche “l’Acqua di cachio” (fior d’arancio) che però dicono non era un “gran chè”.
“Ugheto” era anche un appassionato allevatore di uccelli canori con razze pregiate che faceva venire fin dalla Jugoslavia; quando metteva le sue gabbiette fuori dalla bottega si sentiva un concerto meraviglioso fino a Porta Pia!
I due figli, Remo il più grande e Romolo che oltre a buon “Figaro” fu anche un discreto pugilatore, gestirono la barbieria fino a poco tempo fa. 13
Romolo ci tiene a ricordare che dei 16 incontri più importanti da lui disputati, 13 ne vinse, due ne pareggiò e solo uno ne perse, perché lo chiamarono all’ultimo momento ed era fuori allenamento! Fu accanito rivale di Cesare Saracini. Lui stesso ricorda un attrezzo importante che veniva usato dal padre Ugheto nella barbieria, un ferro apposito che, riscaldato, serviva per arricciare all’insù l’estremità dei baffi dei clienti. Ma Romolo ci porta a ricordare il mondo pugilistico degli Archi il cui centro era nella palestra della Società Iolanda in Via Fornaci Comunali, dietro la Chiesa del Crocifisso, animatore Galeazzi. Molti i buoni pugili arcaroli: Stacchiotti, Bonvecchi, Andreanelli, Mulinelli, i fratelli Alessandrini, Baldoni e tanti altri.
Una curiosità: c’era allora una categoria di boxeurs più leggeri dei “mosca”, erano i cosiddetti “pesi carta”, 32 chilogrammi!
 
(Giorgio Occhiodoro)
 
IL PARROCO DEL CROCIFISSO
Negli ultimi anni della sua vita terrena, tanto la vista che l’udito si erano molto indeboliti al buon Parroco della Chiesa del Crocifisso degli Archi. In occasione di una celebrazione di nozze, fatta la domanda rituale sia alla sposa che allo sposo se erano contenti di prendersi rispettivamente per legittimi sposi, questi risposero affermativamente ma il loro “si” forse per un po’ di emozione, poco aveva risuonato nelle orecchie non più tanto sensibili del vecchio parroco. Preoccupato seriamente che questo assenso non fosse giunto ben chiaro non solo a lui, ma neppure alle orecchie dei testimoni, incominciò a domandare e ripetendo la domanda per diverse volte rivolgendosi con gli occhiali che gli stavano sempre per cadere dalla punta del naso, indicando con l’indice i singoli testimoni: “Hanno sentito i testimoni?…”
Questi premurosamente lo assicuravano di si, ma lui non tanto convinto e stimolato dallo zelo sacerdotale, seguitava a domandare:
“Hanno sentito i testimoni?…”
come è facile immaginare alla terza volta che nella chiesa si sentì ripetere la stessa domanda, gli sposi per primi, i testimoni e tutti i presenti alla cerimonia, si sentirono in dovere di ripetere e questa volta in coro, un clamoroso “siiiiiii!….”seguito dalle risate di tutti i presenti in chiesa.
Con la bontà e la pazienza del Parroco non avessero limiti tutti i suoi parrocchiani ne erano convinti e i tanti scherzi che gli fecero anche di pessimo gusto, lo dimostrano a josa e testimoniano anche che canaglie ci sono sempre state e sempre ce ne saranno.
Un gruppetto “de brechini” degli archi pensano di fare un brutto tiro al povero curato proprio in occasione della benedizione delle case il Sabato Santo. Aspettano che il Parroco con i due chierichi entrino in un portone, che loro si precipitano a spalmare di sapone uno degli ultimi gradini dell’ultimo piano in maniera che nello scendere avrebbero fatto sicuramente uno scivolone con spandimento dell’acqua santa con tutte le monete di rame e argento che allora, ogni famiglia dopo la benedizione della casa, usava gettare dentro il secchiello secondo le varie possibilità.
Fortunatamente il buon Parroco se la cavò con una dura battuta e fu un vero miracolo che non si ruppe un femore. Come nulla fosse si rialzò ringraziando il Signore ed invocando il Suo aiuto contro l’incoscienza di quei esuberanti ragazzi che non esitavano a fare scherzi così pericolosi.
A Natale mettevano a dura prova la sua pazienza con i “pupi” del Presepio. Ma per quante ne combinassero nessuno lo vide mai arrabbiarsi e perdere il serafico sorriso che sempre permaneva sulle sue labbra. Ad un certo momento i ragazzi lo chiamavano: “Sor Curato, che vienga a vede… San Giusepe se mesu a sonà la zampogna…” E difatti quelle canaglie tra le risate generali avevano tolto San Giuseppe e lo avevano sostituito con un pastore suonatore di zampogna. Ma il guaio era che nel fare questi cambiamenti, qualche pupazzo cadeva, si rompeva e bisognava sostituirlo con uno nuovo.
Il Sabato Santo sembrava la giornata più propizia allo sbizzarrimento dei ragazzi del Rione Archi.
Come il solito, senza scomporsi affatto e sempre pronto a subire ogni genere di scherzo… ed i dispetti più atroci, la sua innata bontà gli permetteva di chiamarli “scherzi da ragazzi” continuava ad entrare in tutti i portoni e salire a benedire le casa.
Entrato in un portone vicino al Vicolo di Battenti nei pressi della nuova sede del Corriere Adriatico, ma il cui ingresso era sulla Via Nazionale, due compari legano con il “ferfilato” i due piccoli battenti di bronzo del portoncino in maniera che chi si trova all’interno non può più uscire se non interviene qualche soccorritore a sciogliere le due bussarole esterne.
Un gruppo di compari hanno preso già posizione su di un vagone in un binario morto accanto alla mura che separava i binari ferroviari dalla strada nazionale. La fatalità volle che su questo binario accanto alla mura trovassero un vagone carico di primizie giunto dal meridione ed i pomodori erano ottimi proiettili da lanciare a chi si fosse avventurato a soccorrere gli imprigionati del portoncino.
Tutto era stato predisposto alla perfezione, compreso il lancio dei proiettili che non lasciava avvicinare nessuno nonostante che la voce del sacerdote dall’interno richiamasse un sacco di gente incuriosita dall’assembramento insolito.
Fu avvertita la Questura e finchè non giunsero i suoi uomini il Parroco rimase prigioniero senza poter riprendere la sua missione.
Dagli esuberanti ragazzi venivano fuori poi le figure tipiche come “Sbandavapori” che poi divenne famoso per come sapeva fare le crocette “alese”. “El zopo de Matà” che con la sua lancia faceva i piccoli bordi dal Molo Nord al Molo Sud per far fare ai clienti una “spasegiata” in mare. Spesso si facevano cene nella pesca “de Borioni” fuori dalla “bocchetta” che passava sotto il molo Nord e sboccava di fronte all’Arsenale. Altro tipo era Marcò che abitualmente vogava in piedi sulla sua batana. Una sera si incrocia con una lancia portata da otto vogatori tutti con la paglietta in testa. Questi incominciano a ridere alle spalle di Marcò scherzando sul suo nome, alterandolo con “imbriagò…”. Marcò non rispose, ma virando si accosta alla lancia degli scanzonati ed estratto rapidamente un remo dallo schermo, in un baleno da uno schiaffo all’acqua con il remo piatto in maniera da investire tutti gli otto della lancia. Questi vistisi irrimediabilmente bagnati si buttano simultaneamente dall’altra parte in modo che la lancia appesantita da un lato solo si rovescia e dopo un po’ otto pagliette galleggiano nell’acqua. Finì in una generale allegria perché sapevano bene che con quel tipo non c’era tanto da scherzare e preferirono avviarsi per il Corso dove destarono la curiosità di tutti per essere ridotti in quelle condizioni.
 
Nell’osteria “de Caligo” erano ben conosciuti “Papaluso, Pinela, Ninela, Marascò”. A proposito questi una sera spogliandosi
per andare a letto sente cadere dalla tasca dei pantaloni, due soldi di quelli grandi che valevano dieci centesimi. Li raccoglie e dice a se
stesso: “El vedi che minchiò che sai… te credevi d’ese armasu senza un bocu e invece ce n’avevi do ancora nte le sacoce… Ma adesu te fregu iu… Marivestu e aritornu a beve…”. E così fece, si rivesti e tornò da Caligo.
Fedì, senza un occhio, lo incontra mentre canta: “Bevè, bevè cumpare senò ve mazarò…” e Fedì gli risponde: “Nun me mazè cumpare che adesu bevarò…” ed insieme intonano prendendosi sotto braccio: “el sugu de la gresta me fa girà la testa…”.
Entrano da Caligo cantando insieme:
“Chi ha il bicchiere in manu al suo compagno impresta…”
 
(Sanzio Blasi)
 
LA BOTTEGA DE LA PIETRUCIA
Non si può parlare degli “Archi” senza ricordare la “botega de la Pietrucia” che per il rione era come una istituzione.
Non c’è oggi supermarket o superbazar che possa tenere al paragone della bottega della Pietruccia in cui si trovava di tutto dagli aghi ai vestiti, dai cachet alle “punture”, alle pomate per calli e geloni, alla “sparagina” per i pirelli! E ancora: scarpe, brocche, “ciavate”, cerotti, palloncini, tintura per stoffe e capelli, “volighe”, ami ecc. insomma tutto quanto potesse servire ad una famiglia.
Si racconta che durante l’ultima guerra un nostro Comando di truppe che trovava in Jugoslavia, volendo organizzare qualcosa per festeggiare il Natale, mandò un soldato: Stelvio Traù, arcarolo, appositamente dalla Pietruccia per fare gli acquisti necessari!
Altro particolare della Pietruccia era il libro dei “bufi”. Non che fosse una rarità, perché l’uso di tale libro era un po’ generalizzato in tutte le botteghe di Ancona, ma era l’originalità del sistema di registrazione che lei usava, per esempio: una pagina era intestata, supponiamo, a Garola, a cui segnava i “bufi” che la riguardavano; poi arrivava il nipote di Garola a fare delle spese e la Pietruccia non cambiava pagina, segnava poi sotto: “nepote de Garola”, poi ancora: “el zio de Garola”, “quelo del piano de soto de Garola” o “quelo a porta a porta cu Garola”!… Un sistema in cui pare che la Pietruccia si orientasse benissimo e poi bisogna dire che i “bufi” venivano “onorati”, magari un po’ per volta, secondo le possibilità dei debitori.
 
(Giorgio Occhiodoro)
 
FIACARISTI
Agli archi abitavano molti “fiacaristi”: Amoni, Adriano detto il “prete”, i fratelli Schiavoni, Adolfo, Duilio soprannominato “voio, possu e cumando!”, “Peppe la scucchia” detto anche “magnaragai”, ecc.
C’era anche Bibì, un po’ diverso dai suoi colleghi; la sua cavalla si chiamava Roma, lui, bombetta in testa, se non aveva clienti si fermava volentieri a far salire i ragazzi che gli chiedevano: “Bibì ce fe fa un gireto?”
Più che posteggio faceva servizio per appuntamento: alla stazione per chi partiva o fuori Ancona per i gruppi di amici che andavano “a fa la magnatela” o la gita.
Quando era la festa di S. Omobono o di S. Caterina il “brek” di Bibì era a disposizione delle donne del “bussoleto”, cioè quelle che ogni tanto, nell’anno, mettevano da parte un soldo finchè per le feste stabilite ne avevano abbastanza per permettersi la gita e la “magnata” da Lisa alle Torrette.
Bibì fu anche protagonista, a detta della gente, di un curioso episodio: pare che si fosse invaghito della serva di un signore, suo abituale cliente il quale era contrariato da questa relazione perché “ie consumava la serva!”
Un giorno che il signore era uscito, Bibì va a trovare la donna ma il padrone, mangiata la foglia, risale rapidamente in casa e si mette a cercare Bibì in tutte le stanze finchè lo trova chiuso nel “cesso”.
Appena apre la porta Bibì gli fa: “vole la caroza sor padrò?!!”…
Oltre ai “fiacaristi” c’erano agli Archi numerosi carrettieri con quei carri a quattro ruote col pianale che lavoravano in prevalenza al porto. Quando a mezzogiorno tornavano a casa, allo “scalo Lamorisiè” li aspettavano gli studenti ed anche qualche operaio del cantiere che approfittavano del “passaggio” dato dai bravi carrettieri e salivano al volo sui carri.
 
(Giorgio Occhiodoro)
 
FIOLO DE CAGACAVALLI
Altro personaggio che abitava nella stessa via era Lorenzini, “fiolo de Cagacavoli”, che fu un ottimo giocatore di calcio e giocò anche nelle file del Bologna.
Anche Tullio, padre dell’attrice Virna Lisi, seppure capomontese giocava al calcio nella squadra del Savoia agli archi.
Il rione poteva vantare una particolare originalità nel nome di battesimo di parecchi dei suoi abitanti, eccone un piccolo elenco: Drusiana, Nullo, Quadrio, Divinangelo, Ergiliano, Vindice, Archidemia, Artibano, Artidio, Godelia, Lenizio, Andrasto, Aldevice, Dalmiro, Altilode ed un’intera famiglia i cui figli avevano questi nomi: Tirreno, India, Roma, Artico e Antartico, cognome:Giacomucci, soprannome: “Stirabafi”!.
E ancora: Fiervisaggio Giacomelli un “calzolaro” con bottega al n° 22 di V. Nazionale, piccoletto e simpatico, padre “de Antò el colocatore”.
In Via Mamiani c’è da ricordare la famiglia di Carlo Masetti un pescatore che divenne poi nostromo della nave “Stamura” in servizio fra Ancona e Zara.
Uno dei figli di Carlo è Ugo Masetti, valoroso ufficiale di marina che ha raggiunto il grado di Ammiraglio ed è stato in servizio al Comando Nato. “Ma è statu un fiulaciu arcarolo cume nialtri” – racconta un suo amico di infanzia, “una volta che erimi entrati a la Fiera de la Pesca de straforo, el guardià cià corsu de dietro; alora Ugheto à ordinato de fugì in ordine sparsu e à urlatu: se salvi chi po’!”
Indubbiamente aveva già la stoffa del Comandante!
 
(Giorgio Occhiodoro)
 
MALAVELA
In Romagna avrebbero detto:
“L’ha la fevra magnarulla, tri panett e una brasulla, una scola d’insalè…e pù dis cu n’ha magnè…
non c’era persona in Ancona che non avesse sentito dire delle formidabili “magnate” del facchino portuale Malavela. Si era creata una fama di divoratore addirittura fenomenale e tutti erano convinti che il suo stomaco non avesse limiti di capacità.
Nella nostra città nel tempo in cui i baffi erano tassativamente di moda portarli piene ed a “manubrio”, era molto diffuso il giuoco delle bocce e c’erano dei campi bellissimi e le cure di cui erano oggetto li faceva paragonare a veri bigliardi. Erano frequentati ogni sera oltre che dai soci del locale, anche da un pubblico scelto, composto di persone che senza prender parte al giuoco, si divertiva ad assistere a gare e sfide lanciate dai giocatori di gran fama. Tra i più famosi anconitani c’erano Cichetà e Spina che “menavano” e tra gli “accostatori” primeggiava Galvani. Uno dei circoli più frequentato, perché molto ben tenuto, era quello di Villa Giampaoli dove oggi è sorta la mole del palazzo dell’Impresa Pace e Mariani, quasi di fronte al Cinema di Corso Amendola. Specialmente alle gare della domenica, assisteva un pubblico numerosissimo di appassionati e tifosi.
In uno di questi pomeriggi affollati capita a Villa Giampaoli il famoso venditore di trippa alla “canapina” Biagio che abitava a S. Pietro in Via Scosciacavalli e la cui specialità emanava un odore “da fa slanguidì a tuti” per le strade dove passava e nessuno riuscì a sapere il segreto di quell’irresistibile aroma che stuzzicava l’appetito anche a chi si lamentava sempre di non averne. A Capodimonte regnava un suo concorrente Gervasio, ugualmente famoso per la trippa però ad onore del vero, lavoravano con lealtà e nessuno dei due si sognava di invadere il campo altrui. Per la strada aveva un codazzo di ragazzi che con un “boco” di pane fresco in mano lo imploravano: “Eh Biagiu, fece contenti… bagnecelu… Ndè la Biagiu fè d’ese bonu… mulecelu ntel sciugu… che dopu andamu via subito e nun ce famu vede più…”.
Dopo la lunga implorazione, Biagio finiva per accondiscendere e quelli soddisfatti col pane tuffato rapidamente nel sugo della trippa, se ne andavano per i fatti loro. Notata la presenza del facchino Malavela tra il pubblico, a qualcuno salta in mente di domandargli se sarebbe stato capace di mangiare tutta la trippa che Biagio andava vendendo a piattelli con i “bochi de pà” che erano sfilatini di pane facilmente divisibili in due tronconi uguali sulla loro panciuta metà e tolta la mollica dai due tronconi, rimanevano come due bicchieri adatti a riempirsi di trippa.
Malavela, quasi offeso dalla proposta esagerata, pronto risponde:
“Tuta no, lascemo perde e nun dimu cojonerie… ma quanta ce ne cape drentu el lavandì de cementu, me la magnu de sciguru…”.
Molte persone attorno hanno udito questa sua affermazione e qualcuno non ha potuto trattenersi dal ridere come sempre accade a sentirne sparare delle grosse. Il nostro facchino però, non aveva affatto intenzione di scherzare e rivolgendosi prontamente verso chi aveva osato ridere aggiunge:
“C’è pogu da ride e chi vole scumete se faga avanti! Si è che nun i la fagu, a Biagiu el pagu iu, ma si è che la magnu tuta quela che ce capo ntel lavandì, la paghè vò…”.
Il Maresciallo Cavallerizzo dei Carabinieri Giuseppe Binetti, simpatica ed indimenticabile figura di schietto piemontese nell’ambiente dei cacciatori anconitani, che ho varie volte ricordato nel mio libro “Dolci Ricordi di Caccia”, prende in parola il Malavela accettando la scommessa perché è convinto che riesca impossibile ad uno stomaco umano poter contenere e digerire tutta quella massa di materiale.
“Prò, m’avè da dà un filò de pà frescu, un fiascu de vì rosciu e do zifoni…” aggiunge Malavela come condizione supplementare che viene subito accolta dal Maresciallo sfidante.
Il lavandino che serviva a lavare le mani ai giocatori, viene subito riempito da Biagio al quale non sembra vero di smaltire così rapidamente la sua merce e Malavela, che accentra su di se l’attenzione di tutti i presenti, si accinge a far sparire tutta quella massa di roba.
In minor tempo di quello che tutti credevano, la trippa, il pane, il vino e i due sifoni spariscono ed il Maresciallo puntualmente si accinge a pagare il conto, ma con un certo rimorso dentro di se procuratogli dal pensiero che l’eccessivo sforzo di quello stomaco potesse arrecare una disfunzione al cuore o addirittura un colpo, come si usava dire allora, a quell’autentico fenomeno da fiera.
Chi già conosceva Malavela, non si meravigliò, perché sapeva che ben altre scommesse aveva vinte, come il mangiarsi un intero maialetto in porchetta e un’altra volta ben “cento ovi tosti co la scorza e tutu”.
Prima del servizio militare aveva lavorato a “burchiela” e cioè come barellatore sulle barche a vela che trasportavano breccia e rena dalla foce del Fiumesino alla banchina sotto Porta Pia.
In quel periodo gli avevano “arcavatu” il soprannome di Malavela, perché quando cadeva il vento e le imbarcazioni dovevano fare lunghe soste in attesa che la “bonza” cessasse, lui invece di dire che le vele s’erano afflosciate e “battevano”, esclamava “oh, adesu semu friti… ciavemu la malavela”.
A bordo di un vapore inglese, l’equipaggio aveva appena finito di consumare uno dei tanti pasti della giornata ed il nostro che era addetto allo scarico, domanda con molto garbo se gli è permesso di finire tutto ciò che era avavanzato sulla tavola agli uomini dell’equipaggio. Gli vien concesso facilmente e Malavela in un batter d’occhio fa un ripulisti generale. Questo fatto che ha provocato la meraviglia di tutti, viene riferito al Comandante della nave che non vuol creder al racconto dei debitori.
dei suoi uomini. Fa chiamare Malavela e gli propone, se è disposto, di mangiare l’indomani, altrettanto di quanto mangerà il suo equipaggio. A Malavela non par vero e accetta con entusiasmo aggiungendo: “Magari tuti i giorni… ce faria la poliza…
Come il solito fece strabiliare tutti i presenti.
Abitava nel Rione degli Archi, nella parrocchia del mite e buon sacerdote Sardelina, e tutti dicevano che Malavela non mangiava nei piatti come ogni cristiano, ma addirittura “nel bujolu” che era il recipiente che ogni pescatore teneva a bordo per buttar fuori l’acqua dal “pajolu” o fondo del battello.
Normalmente lavorava come scaricatore al Porto ed era noto a tutti che quando veniva assegnato allo scarico di un vapore di grano, Malavela non usciva dalla stiva per scendere a terra a far colazione come tutti i suoi colleghi facevano regolarmente, ma lui a “manciate de grà” una dietro l’altra, se “riempiva la panza”.
 
(Sanzio Blasi)
 
EL GENERALE
Due famosi “arcaroli”: Baldoni Enrico, “el generale”, e Baldoni Enrico “deto Galigà”,nipote del primo.
“El Generale era ‘n personagio, guasi ‘n’autorità, d’i Archi; comidava pr’i altri le cassete vechie del pesce drento a ‘n magazì vicino a Sandrò el staciaro; al nipote Galigà jè faceva indrizà i chiodi vechi e jè regalava ogni tanti, ma tanti, chiodi indrizati, meza caramelina de rigulizia! A tempu perzo el Generale era indrento intel comercio a l’ingrosso… d’ì tabachi!
El nipote Galigà era cascato da ‘na finestra del terzo piano de casa
sua a i Archi senza fasse gnente! El zio Gustì, testimone del volo, se
precipita pe socore stu fiolo, ma Galigà se rialza de scato e fuge strilando: Nun me menà,zio, nun l’ò fato aposta!… N’el fago più!…
Se sa che Ugheto Vicini, barbiere d’ì Archi, era un bravo alevatore de canarini; un giorno el generale se ferma davanti a la barbieria pe sentì qul concerto ch’era ‘na cosa da nun crede; dopo un po’ entra a botega e dice: Ugheto, me piaceria tenè un canarì, damene uno, bono me racumando, che po’ dumani t’el pago.
Ugheto jè capa el mejo ma dopo ‘na setimana st’uceleto ancora nun cantava; alora el Generale manda la fiola da Ugheto: a ditu babu, cum’è ch’el canarì nun canta?… E Ugheto, pronto: se vede che tu padre ancora m’el deve da pagà!…”
(Sanzio Blasi)
 
LA GUSTACIA E IL SUO SOMARO
“Bazigava el Pià e i Archi ‘na certa Augusta, deta Gustacia, ‘na dona che veniva tuti i giorni in Ancona da più in là del Pinochio c’un caretì tirato da ‘n somaro più vechio de lia, pe vende un po’ de ovi e qualche galina che el più de le volte era rubata.
Un giorno Gustacia ariva a i Archi e se ferma un po’ più giù del gasse, intel spazio davanti a la chiesa del Crocefisso; subito s’avicina la solita squadra de canaje, i ragazaci del riò, pe vedè de fregà qualche ovo dal careto.
Apena se n’acorge Gustacia se mete a strilla: canaje! Vulè fregà ‘na pora vechia, fioli de ste done bone!… E pia la frusta.
I ragazi fugene, anzi fanne finta de fuge perché dopo pogo ene tuti lì n’antra volta, a qualche passo dal somaro;a sto punto uno
se ‘vicina cu ‘na ciga de sigareta acesa e svelto la mete drento ‘na rechia de la bestia che cumincia a scalcià e a saltà. Gustacia, pureta, stride e piagne: cusa i avè fato vigliachi, puzulenti!… E uno dei ragazi: Gnente, Gustacia; j avemo ditu ch’è morto el padre!… Sta pora Gustacia, che nun podeva tratenè più el somaro, se racumanda: dicej che nun è vero,… dopo ve regalo i ovi… dicè che j avè deto ‘na bugia!…”
 
(Sanzio Blasi)